Piazza Vittorio Emanuele II

Veduta aerea di Caldarola

Scorcio della piazza e del castello

Particolare del castello Pallotta

Interno del teatro comunale

Palazzo dei cardinali Pallotta

Scorcio del castello

Stanza del Paradiso

Castello di Croce visto dall'alto

 

Pievefavera e il lago

Castello di Vestignano

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Pino domestico (Pinus pinea)

L’albero più famoso è senza dubbio il pino italico o domestico (Pinus pinea) del castello Pallotta, tanto da essere comparso (per ora) su tre autorevoli libri. Dopo l’uscita del volume ‘Alberi custodi del tempo’ a cura della Provincia di Macerata, avvenuta nell’aprile 2004, si è scoperto che l’albero non avrebbe 406 anni, come sostiene la tradizione, bensì solo 180, secondo l’ipotesi dell’agronomo Mario Bongarzoni che ha eseguito la misurazione resistografica. La spiegazione di questa discordanza potrebbe essere cercata nel fatto che nei pressi di quest’albero esisteva un pino più grande e vecchio, caduto molti anni fa e del quale si è persa la memoria. Il veterano dei pini marchigiani, comunque, osserva con nobile superiorità e indifferenza le vicende umane, dalla sua posizione privilegiata (33 metri di altezza) che gli permette di spaziare fino al lago di Caccamo e alla superstrada, dove gli umani corrono, non si sa alla ricerca di cosa. Il pino e gli uomini non hanno sicuramente la stessa cognizione del tempo!

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Cipresso (Cupressus sempervirens)

Anche il tasso (Taxus baccata) è conosciutissimo; si è stimato che abbia 250 anni e, nonostante le cavità del fusto siano state chiuse con mattoni, pietre e cemento, sembra godere di buona salute. Osservandolo, ultimamente, sembrava volermi dire: “Caro amico sai quando se ne andranno questi muratori? Non ne posso più di questo disordine e dei pesanti materiali edili appoggiati sulle mie radici, preferisco le chiassose scolaresche in visita di istruzione!”. Una mia foto del tasso, scelta tra gli alberi monumentali nell’ambito del “Progetto Grandi Alberi”del W.W.F., ha partecipato alla Fiera Sana (Salone Internazionale dell’alimentazione, salute ed ambiente) di Bologna tenutasi dal 13 al 16 settembre del 2001.

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Cipresso (Cupressus sempervirens)

Tra gli alberi che si trovano nel parco del castello Pallotta, nel libro sopra citato compare anche uno slanciato bagolaro (Celtis australis) centenario, alto 20 metri. In totale nel volume sopra citato vi sono ben sei pagine dedicate agli alberi caldarolesi, non è poco! Nel parco alto del castello Pallotta, nei pressi del cassero, dominano il centro storico tre cipressi: due comuni (Cupressus sempervirens), di cui uno di m 2,45 di circonferenza, e uno della varietà arizonica (Cupressus arizonica), poco più piccolo. Come si può rilevare da varie cartoline d’epoca, agli inizi del Novecento in questo luogo erano presenti quattro cipressi, infatti, a terra vi è un tronco della varietà comune, probabilmente colpito da un fulmine, dato che questo è il punto più alto di Caldarola e quindi più soggetto a scariche elettriche. Nello stabile, dove si eleva la torre del cassero, ora delle monache Canonichesse Regolari Lateranensi, riposano il conte Desiderio Pallotta (1854- 1934) e la consorte Antonietta dei conti Bosdari di Bologna (1871 – 1955).

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Giovane cedro dell’ Himalaya (Cedrus deodara)

Il cedro del Libano (Cedrus libani) di via Falerense, posto di fronte alla porta carraia del castello, sembra sia stato messo a dimora nei primi anni Trenta in ricordo di Arnaldo Mussolini. Il suo fusto misura m 2,07 di circonferenza; il peso della neve, caduta abbondantemente nell’inverno 2005, ha rotto alcuni rami. Passeggiando nella stessa via, girando lo sguardo in direzione sud-est si nota l’austera solitaria silhouette di un cipresso di m 2,24 di circonferenza, rimasto a vigilare, dal suo piedistallo naturale, le sepolture dei soldati francesi atei caduti durante lo scontro con le truppe del gen. G. Vanni, svoltosi sabato 1° giugno 1799 a “Pian de Busso”, nell’ambito dell’insurrezione antifrancese. Sembra che inizialmente i cipressi fossero due o tre; alcuni decenni fa, nel corso di lavori agricoli, sono stati ritrovati dei reperti che hanno fatto riscoprire questa vecchia sepoltura di non credenti. Il nuovo parco delle “Caterinette” è stato creato agli inizi degli anni ’90 in osservanza della legge n. 113 del 29 gennaio 1992 che obbliga i Comuni a mettere a dimora un albero per ogni bambino registrato all’anagrafe. Le varie essenze arboree stanno crescendo ottimamente; sarà il polmone verde del quale potranno godere le future generazioni. Interessante anche il cipresso (m 2,50 di circonferenza) che appartiene a Fabrizio Bocci, posto nella parte più alta del nuovo parco, di fronte all’ingresso della chiesetta del monastero di Santa Caterina. Esso, insieme con quelli vicini al cassero, è riprodotto a olio su una tela, l’autore non è conosciuto, si trova sul lato destro dell’ingresso della chiesa di San Martino. Il dipinto raffigura la città di Caldarola sotto la protezione del Beato Francesco Piani. Sul retro della tela è riportata la scritta “Comune di Caldarola”; esso fu probabilmente commissionato per festeggiare il 4° centenario (1891) del quadro della Madonna del Monte (1491). Rigogliosa è la roverella (Quercus pubescens), nata forse dopo l’unità d’Italia, (m 3,00 di circonferenza e m 35 d’altezza) che si trova sul margine nord-ovest del campetto dell’oratorio “Cristo Re”, è di proprietà del sig. Gian Pietro Meo. L’Oratorio fu fondato nell’immediato dopoguerra, il campetto è stato tenuto pulito per tanti anni dalla compianta ostetrica Luisa Saracca. Esiste una bell’immagine fotografica che riprende dei soldati polacchi, appartenenti al II corpo d’armata del gen. W. Anders, mentre assistono, nel campetto, ad una partita di pallacanestro tra la squadra locale e quella di Macerata. In questo tranquillo spazio hanno imparato ad andare in bicicletta generazioni di bambini caldarolesi. Molti genitori, mentre i bimbi pedalavano vispi, hanno goduto l’ombra della quercia, ma pochi si sono soffermati ad osservarla. Qui d’estate si può udire il canto melodioso degli uccelli e tempo fa anche il richiamo autorevole del pavone di una fattoria vicina.

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Pino domestico (Pinus pinea)

Tra gli alberi ad alto fusto di Caldarola e dintorni, la più grande, elegante e rigogliosa è la quercia di m 4,35 di circonferenza della villa Marchetti già proprietà di Ciro Marchetti (ora appartiene ad Antonio Bello). Questo albero, d’interesse provinciale, potrebbe avere intorno ai 250 anni d’età, gli tiene buona compagnia un pino domestico di m 3,05 di circonferenza, sui cui rami riposano i colombacci (Columba palumbus). All’interno della proprietà dei fratelli Grifi, delimitata da via Durante, via Roma, via Ludovico Clodio e via Rimessa, vi sorgeva un antico convento francescano, qui si possono ammirare tre belli alberi.  Svetta la folta chioma di un pino domestico di m 2,90 di circonferenza, una piccola conifera, vicinissima, le fa da angelo custode. Questo slanciato albero compare sulla copertina a colori del libro “Caldarola e le sue frazioni” di don Lorenzo Dibiagi, edito nel 1983 a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Caldarola.

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Roverella (Quercus pubescens)

Sul lato nord della tenuta, verso via Clodio, ci sono un leccio (Quercus ilex) o quercia sempreverde di m 2,96 di circonferenza e un abete bianco (Abies alba) di m 2,47 di circonferenza.

“Solo dopo che l’ultimo albero sarà stato abbattuto. Solo dopo che l’ultimo fiume sarà stato avvelenato. Solo dopo che l’ultimo pesce sarà stato catturato. Soltanto allora scoprirai che il denaro non si mangia”. Questa affermazione degli Indiani Cree ci dovrebbe far riflettere sul comportamento che adottiamo nei confronti della natura, invitandoci ad avere maggiore considerazione verso l’ambiente che ci circonda. Dunque impariamo ad ammirare e rispettare i grandi alberi; le loro radici affondano nel nostro passato e nella nostra storia. In quest’epoca consumistica e dai valori effimeri credo che la nobiltà d’animo si misuri anche dalla sensibilità che si dimostra verso gli alberi.

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